Critica

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Il respiro imprevedibile della scultura Nagual

In un breve testo del 1989 intitolato l’Arte Nagual, William S. Burroughs ricorda che nei libri di Carlos Castaneda, Don Juan distingue due universi, uno Tonal e l’altro Nagual. L’universo Tonal è l’universo quotidiano dei rapporti di causa-effetto, prevedibili perché già registrati, mentre quello Nagual è l’universo sconosciuto, instabile e aperto al divenire. Perché il Nagual abbia piena realizzazione bisogna spalancare la porta al caso. Il pensiero magico trattato nei libri di Carlos Castaneda distingue così una doppia modalità insita nell’ordine delle cose, una Tonal, di pura registrazione della realtà, quasi una sua conferma statistica, e un’altra Nagual, che deriva dall’irruzione del caso, capace di aprirsi a nuove e imprevedibili forme della realtà.

Anche le strutture monocrome in ferro, filo e listarelle di cartone di Isabella Angelantoni Geiger racchiudono questi due momenti, quello della necessità o della razionalità, che si basa sul progetto architettonico e quello del caso o della sua fertile instabilità, che parte invece dal disegno a mano libera e dalla sua libertà compositiva e funzionale.

Ne nasce un’idea di scultura, essenzialmente aperta nelle forme e dinamica nelle intenzioni, che cerca di far dimenticare al mondo la sua massa e il suo peso, che sono da sempre totem e tabù della scultura classica. Qui invece, come si diceva poco sopra, la dipendenza dal disegno segna un passo in avanti, nel senso che queste sculture non si impongono per massa e volume in rapporto allo spazio, ma per la ricerca di una forma aperta che si fa essa stessa spazio e ambiente di vita. In altre parole le sculture di Isabella Angelantoni Geiger non sono coesive ma corsive, come fossero uno scarabocchio nell’aria.

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La scultura dove tutto scorre

Esiste da sempre una tradizione compositiva che transita da una disciplina all’altra, senza approdare definitivamente in un particolare  ambito teorico, tenendo comunque sempre fermo lo sguardo verso alcune esperienze artistiche che hanno fatto di questa sorta di  trasmigrazione  espressiva la propria identità linguistica. Scultura e architettura, in particolare, dialogano da sempre, sia per ragioni di affinità categoriale – lo spazio e il tempo sono intrinsecamente connesse a queste due discipline più di altre attività progettuali – sia perché spesse volte la  stessa formazione culturale dell’artista coinvolge tutte e due gli ambiti professionali. E’ come se fosse un destino,  esplicito ma anche nascosto nei meandri dei  ricordi e del pensiero; nel nostro caso, invece, è evidente da tutti i punti di vista. Isabella Angelantoni Geiger, architetto che si è formato nella  grande scuola di tradizione milanese dei Belgiojoso, ovvero (anche se la sua generazione  è molto più recente) dei BBPR, attraverso le frequentazione universitaria di  Alberico Belgiojoso, non ha certo dimenticato uno degli insegnamenti fondamentali di uno dei fondatori dello studio, Ernesto Nathan Rogers, a proposito del mestiere di architetto: ’ho già detto che il nostro metodo è nel cercare di cogliere la realtà più profonda e di tradurla negli atti poetici’.

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SPAZIO TEMPO ARCHITETTURA

Gianluca Ranzi


 

Tre elementi caratterizzano il lavoro di questa artista e si integrano perfettamente nella sua opera: lo spazio, il tempo e l’architettura.

Del resto Isabella Angelantoni Geiger è una artista che vive e lavora a Milano, dove in parte si è formata; una città in cui, come mostra Boccioni, la forma vive nella continuità dello spazio e in cui tradizione e ricerca artistica sono connesse a ‘spazio e tempo’, a partire dal Futurismo, passando per Lucio Fontana fino ad arrivare alla ricerca di Luciano Fabro.

Il lavoro di Isabella si muove nella stessa direzione ma vi aggiunge una nuova sensibilità organica legata a una certa ambiguitá e precarietà della forma stessa. Qui essa è come in bilico, instabile, e presuppone una costante ricerca di equilibrio e di bilanciamento. L’opera in qualche modo resta aperta proprio in quanto maliziosamente e sottilmente sembra non arrivare mai a sedimentarsi e a trovare “pace”. Al contrario sembra esser dotata di una spinta vitale che la porta a crescere e talvolta a implodere.

Considerare la scultura come un processo organico è uno dei meriti di Isabella Angelantoni Geiger, per cui forme e sagome si sviluppano nello spazio senza arrivare mai a chiudersi, in un processo che ‘non finisce’ e che allude  all’infinito e alla moltiplicazione, come avviene in Brancusi e Fontana.

 

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Essenza

In una società ormai dilaniata dal consumismo, troppo spesso ci dimentichiamo del nostro “Io” più profondo e della nostra umanità, quella sensibile e sincera.
Chiusi in una scatola d’ipocrisia, noncuranti dell’aspetto empatico che saprebbe
condurci per mano alla comprensione del prossimo, ci limitiamo a: “Sopravvivere”.
Isabella Angelantoni Geiger ha profondamente deciso di capovolgere il dettame comportamentale al quale siamo abituati, nostro malgrado, facendoci riflettere sulla situazione umana e più specificatamente partendo da una sua profonda analisi introspettiva e personale.
Voltaire raccontava: ” disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il
vostro diritto di dirlo”
.
Di fatto l’artista può disapprovare molti atteggiamenti mentali, verbali o azioni; ma sente la volontà più intensa di proteggere la libertà di esprimere il pensiero individuale.
Ispirata dalla letteratura, e nello specifico da: “Le città invisibili”, di Italo Calvino; l’artista Angelantoni Geiger tramuta in immagini le sensazioni proprie e collettive, rende visibili i pensieri, rappresentandoli con fare elegiaco e raffinato, con l’ausilio dell’astrazione in ambito scultoreo.
Le sue sono opere in filo di ferro, leggere – come la “leggerezza pensosa” di cui parla Italo Calvino nei suoi scritti – che somigliano a una magica tessitura che si dipana a sua volta davanti ai nostri occhi; dove le linee possono intersecarsi per volere dell’artista in nodi che fluiscono velocemente verso linee astratte e delicate, seppur sempre dotate di una sintesi stilistica originale e pura. La creazione artistica lascia intuire al fruitore l’idea di “gabbie” – quelle della vita, ndr.- nelle quali i nodi sopraccitati possono essere sciolti, i fili metaforici dei percorsi delle nostre esistenze, possono dunque essere ritrovati e i legami ricuciti. L’artista ricuce, dunque, una realtà personale e non solo…  – oserei aggiungere – in modo intenso e vivificante.READ MORE

I luoghi dell’invisibile

Dialogo per sole orecchie (x & y)
Parola / Città
y: Le città sono un ‘intreccio’ di relazioni, scambi, cose, oggetti, persone. l’unico modo di vivere che valga la pena di essere vissuto. Ci sono cresciuta…ritornata dopo tanti anni. L’uomo è fatto per vivere in città.
x: Qualcuno, parafrasando Giovanni, disse: «In principio è la relazione». Ne siamo sicuri?
Parola / Invisibile
y: «L’essenziale è invisibile agli occhi». Le cose più importanti sono invisibili: l’anima, l’amore… le relazioni tra le persone e le cose. Nella città è il vuoto degli spazi pubblici.
x: Il vuoto delle infinite possibilità…
Parola / Confine
y: Non lo considero come ‘limite’, una linea, qualcosa che divide, ma è più una zona grigia, un luogo dove interagiscono due forze, un’area grigia. Commistione.
x: Qualcuno mi ricorda che è importante darsi un limite per superarlo.
Parola / Viaggio
y: Mi fa sempre pensare alla vita, so che è comune, ma ho in mente un progetto da tempo proprio legato al viaggio. Faccio fatica a pensare ad altro. Mi piace viaggiare, ma una delle cose belle dei viaggi è tornare a casa.
x: Chi viaggia sicuro di poter tornare è, in fondo, un accanito viaggiatore?

y: «La nostra meta non è mai un luogo, ma piuttosto un nuovo modo di vedere le cose» (H. Miller). Il viaggio ha valore in se come esperienza di vita, non tanto o non solo per la meta. Ed è per questo che è bello tornare !!

Isabella Angelantoni, come un ragno impaziente nel finito incompiuto

Se “le città visitate da Marco Polo erano sempre diverse da quelle pensate dall’imperatore”, quelle presentate dall’artista sono ancor più lontane da quelle descritte da Italo Calvino. Il libro è solo un paravento di parole offerto a una donna faber – per sua natura più portata a fondare città che a scoprirle – per proteggere le sue metamorfosi poetiche ed esistenziali. I suoi delicati insediamenti non hanno nulla a che vedere né con l’archeologia né con la conquista, ma si riverberano nell’amorevole gioco di specchi creatrice/creato, già interpretato da Didone/Cartagine, Bouctou/ Timbouctuou, Partenope/Napoli.READ MORE

Isabella Angelantoni

Morris e i Preraffaeliti, Jheronimus Bosch, le favole orientali, tutto un mondo onirico e di fantasia esce dalla penna di Isabella Angelantoni che crea con tratto elegante e sicuro immagini inquietanti di grande fascino. Sono ricordi d’infanzia, sono mondi sognati fatti di fiori, di stelle, di lacrime, sono piccole storie narrate per sé che hanno come cifra unitaria armonia, bellezza , ma anche, sottilmente, crudeltà. Ammiccano a storie già cantate, riecheggiano motivi lontani, desiderio e nostalgia sembrano guidare la mano attenta che quasi non si stacca dal foglio per poter continuare a cantare speranze e dolore esistenziale.

Ma Isabella è anche architetto, non manca  nelle sue composizioni, sempre di piccolo formato per essere meglio dominate, la ricerca della struttura, il filo d’Arianna del labirinto, la costruzione come necessità per chiarire a se stessa il senso del suo fare. E allora ecco il tema delle Città Invisibili dell’amato Calvino, ricorrente e a volte dominante, necessario per dare forma e razionalità alle emozioni.

Ci aspettiamo ancora di essere sorpresi da questa artista fantasiosa ed estrosa che non dovrebbe dimenticare la sua natura doppia, dolce e luciferina come il fortunato incontro astrale del suo segno zodiacale dal quale procede una mano felice.